domenica 29 gennaio 2012

Melancholia



Storico regista greco muore, ucciso da una poliziotto in moto; per sbaglio, tirato sotto durante la realizzazione di un film che racconta corruzione e degrado della politica greca attraverso la storia di un padre e di una figlia, che coincidenza.
Padri e figli di una Grecia che assomiglia molto all’Italia ma che ha meno santi in paradiso, meno maniglie internazionali, meno legami di produzione. Una Grecia che ha fatto troppo in fretta a dimenticare il sangue e adesso che ha fame, forse, gli sta tornando la memoria.
C’è sempre una discrepanza tra un genitore e un figlio, una discrepanza piena di cose di cui far tesoro.
Stamattina c’era un carro funebre davanti alla mia finestra.
Theo Angelopoulos è morto, investito il 24 gennaio 2012 da un motociclista, un poliziotto fuori servizio, i soccorsi hanno tardato ad arrivare perché il degrado e la povertà non sono un’esitazione nei lussi, ma il logorio nella sopravvivenza di tutti. Un intellettuale, un regista, un narratore amorevole, portatore poetico di perdono. Uno dei pochi che ancora proponeva la catarsi come momento empatico nella riflessione storica, politica, esistenziale.
Angelopoulos, come mio padre, fa parte di quella generazione di greci figli della guerra; loro hanno visto i loro padri strappati e piegati dai fratelli e per i fratelli, prima coi tedeschi e gli italiani poi coi colonelli. L’infanzia intinta nel sangue e la giovinezza schiaffeggiata dalla povertà e dal regime hanno trovato qualcosa che a troppi altri manca: un disperato bisogno di perdonare, di riscattare, attraverso tutto il loro amore, l’umanità.
Poi arriva uno in moto e ci passa sopra. Chi sa perché mi immagino un poliziotto tutto indurito dal clima repressivo in atto? Lo ho qui in testa tutto gasato che dà di polso alla motoretta, che rulla i pneumatici sopra i civili che tanto sono per forza di cose un gregge da serrare.
Mi gira un po’ lo stomaco.
Forse è perché mi manca tanto la Grecia che faccio fatica a tornare.
L’ho vista dirompere nello sfarzo e nello spreco di un apparente progresso, e l’ho odiata mentre acquistava televisori e patatine surgelate. Ma adesso che lacrima dalla superbia allo stupore ogni sua ingenuità io non riesco a guardarla.
Preferivo quando i campi si irrigavano col chiarore delle stelle, quando seguivamo l’asino nelle vie sterrate, quando la pizza surgelata era l’unico cibo esotico.
Non so chi sta portando via il carro funebre che è sotto la mia finestra, ma spero che vada lontano: non sono dell’umore per ulteriori rammarichi. Chi se ne va con la morte non torna e questo dovrebbe bastare a rendere tutti più umili. Eppure le fila degli aspiranti eterni serrano la storia spremendo ogni giorno il rubinetto per riempirsi le tasche ancora un po’, senza un solo briciolo di poesia, ché di amore in loro non ne scorgo traccia.



Parecchi mesi fa ho lasciato in sospeso una neonata rubrica cinematografica, magari non so se sarà una rubrica, ma almeno voglio riprendere a segnalare i film che, tra quelli che vedo, sento sia inevitabile segnalare.
Così all’asciutto, senza alcuna introduzione né commento:
Melancholia, 2011, Lars von Trier.
Forse tutta la mia fiducia nella poetica e nell’estetica è uno spoglio tepee per tenere a bada la paura, una tenda di rami nudi, un cerchio disperato mentre Melancholia si abbatte su di me e su tutto ciò che percepisco.
Riguardo il film.



Per chi scarica i film dal web, e per chiunque altro abbia a cuore la lotta tra mutamenti e controllo del sistema internet è il caso di tener presente che le forze di coercizione internazionali, in virtù del diritto di monopolio e difesa delle major, in nome delle proprietà intellettuali, copyright e industria dell'arte hanno operato oltre ogni confine nazionale arrestando pionieri della liberalizazione dello scambio di film e musica via web: Megaupload!
Cosa ne penso io ?
Secondo voi?

E ancora, per la serie "cose che non devono passare inosservate" qualcosina riguardo l'aricolo 44!

venerdì 20 gennaio 2012

Nave, acqua e cazzo.




La nave affonda.
Cazzo, cazzo, con rispetto parlando per le persone coinvolte, cazzo.  Ma cazzo!
Io non sono la legge, io, ringraziando il cazzo.
La nave affonda e il capitano se la dà a gambe, inizia la storia.

Alcuni link che vi consiglio calorosamente:

Schettino siamo noi di Claudio Velardi
video:De Falco, troppo facile chiamarlo eroe. 
Sul movimento dei forconi in Sicilia
video: Gela (Sicilia) in piazza

Passo numero uno:
Tutti nella nave titanica ci vediamo l’Italia.
O anche la condizione del sistema socioeconomico capitalistico, solo che in ambito economico il capitano di turno si sta ancora preparando alla fuga ripassandosi ben bene le cabine e le tasche dei passeggeri intrappolati e attoniti.
Macro archetipi a confermare l'assetto e la struttura morale e sociale del branco italico.
I personaggi:
Schettino vigliacco, forse fatto come un cammello.
De Falco che come uno squalo ne approfitta per spararsi la super posa radioepica.
Fior fiore di passeggeri ed equipaggio accolti in pieno stile vecchia Italia dal cuore d'oro degli isolani.
Giornalisti tutti sul pezzo, hanno perfino pubblicato l'indirizzo della casa di Schettino dove abita anche sua moglie e sua figlia adolescente. Ma si andiamo tutti a fargli visita con un sasso in tasca.
Ecco un capitano cattivo e uno buono a rappresentare l’Italia intera nella sua doppia natura, io faccio il brutto, lasciatelo fare a me, tanto basta poco.
Il movente e i le ipotesi:
Costa Crociere avesse commissionato una bottarella al Comandante per rimpolpare le casse grazie all’assicurazione e che nel eseguire gli sia un po’ scivolata la mano sul timone.
La bottarella il comandante l’ha data di naso e con la bella figheira moldava ed è scivolato nella consuetudine dell’inchino su un grosso, grosso sasso. Consuetudini cafone, risparmio carburante, fattanza e pure sfiga.
Nel gran casino c’è stata un’inversione di priorità, anzi, lo svelamento delle priorità.
Tolleriamo molto meno l’errore umano delle cause naturali. Ma il Capitano, a disastro avvenuto, non si è messo in moto per salvare i passeggeri. Invece ha tentato di nascondere il più possibile il danno, probabilmente cercando di arrivare al porto dell’Isola del Giglio con ancora tutti convinti che il problema fosse all’impianto elettrico. “Ragazzi tutto sotto controllo è solo l’impianto elettrico”.
Il signor Costa: “Pensa cosa si direbbe della compagnia, cazzo, del personale, cazzo, delle rotte, cazzo! Devi salvare capra (il loro culo)  e cavoli (i loro guadagni), cazzo! Porta quella cazzo di nave al porto, cazzo! E che nessuno parli di scafi tranciati, cazzo! Se viene fuori noi non centriamo, cazzo! Sono cazzi tuoi!”
Una coppietta di stronzi.
La nave affonda, cazzo!
Questo non è pazzesco, no, è emblematico. Il ribaltamento delle priorità nelle responsabilità del comando è metafora. La mostrificazione dell’ipotetico reo è metafora. La Costa che si costituisce parte lesa è metafora.
Noi equipaggio e  passeggeri in una nave comandata da capitani che hanno la scialuppa già sotto mano e di noi se ne fottono. Certo è una metafora.
Noi, loro. Cazzo.
Noi siamo in balia.
Loro sono cattivi?

Passo numero due:
Se Schettino è cattivo, Berlusconi è cattivo, Mahmud il fondamentalista è cattivo, Pasqualino il rapinatore è cattivo e quella troia di Mariella la pettegola è cattiva basterebbe metterli in galera, punirli in qualche modo per la loro natura vile, ingorda, egoista, ignorante e noi altri saremmo salvi.
Forse non vi siete ancora accorti che le carceri traboccano di figli sbagliati e le strade ancora non sono pulite.
Quindi o il mondo è disseminato dai satanici semi del male o forse abbiamo sbagliato ragionamento.
La gogna a Schettino è l’ennesima celebrazione rituale della scissione interiore tra buono e cattivo, che per quanto rifletta il pur ragionevole concetto di bene e male, presenta una sua peculiare negativa posizione nella struttura del nostro pensiero.
Nel prendere le distanze dal Cattivo noi neghiamo l’umanità di questo, e neghiamo a noi stessi non solo la compassione per lui ma anche per noi stessi.
E chi se ne frega, cazzo!
E no! E’ così che siamo costretti a negare le evidenze.
Neghiamo il male col quale non potremmo convivere questo ci porta a una continua falsificazione dell’esame della realtà dentro e fuori di noi.
Schettino va punito e, soprattutto, va mostrificato: è così che noi prendiamo le distanze da lui, dall’idea di lui, bella o brutta, e lo stesso facciamo con noi stessi.
Il nostro re, leader, capitano ci darà l’ordine e la misura delle cose perché è lui che ci guida.  Ci appare molto poco eroico in quanto risponde alle regole socio-economiche più popolari:“Prima di tutto il mio culo, prima di tutto il guadagno”. E questo non fa molto eroe.
Voi nella vostra vita siete eroi? Sacrificate per il prossimo il vostro cazzutissimo culo?
Ah, si, è vero: voi non siete comandanti, capitani, presidenti, deputati, giudici, grandi imprenditori, professionisti, cittadini, elettori, uomini di questa terra… No, voi siete i buoni. Un po’ vittime, un po’ incazzati, ma normali, senza troppe responsabilità in fondo.
Voi siete passeggeri, passeggeri esistenziali.
Passo numero tre:
Capitan Findus non è un eroe? Ebbene si. Vigliacchi, non lo siete nemmeno voi nel vostro piccolo.
E tutti mettete il profitto davanti alla vostra stessa gioia, libertà, tempo, sogni e adesso vi indignate se lo fa Schettino e Costa? Che ipocrisia!
Passo numero quattro:
Il sistema economico mondiale è un metafora ancora più grande della nave. Questo va in loop o forse (mi auguro) tracolla e gli stati spremono ancora un po’ la popolazione. I nostri capitani Findus lo stanno facendo perché in realtà sono degli Schettino! Cosa fare?
Empatizzare. Si ho scritto “empatizzare”: aiuta il processo di comprensione degli avvenimenti. Empatizzare invece di giudicare. Giuro. Che non vuol dire restare indifesi, anzi.
E per dirla tutta aiuterebbe avere compassione.
Per la compassione dovete sfilarvi le mutande. Si perché se avete vergogna del vostro desiderio, potere creativo e origine è perché avete scelto di fare il passeggero esistenziale. Rinnegate tutta la vostra dignità per nascondervi. Per voi fuggire all’ira e alla punizione è un’esigenza prioritaria più di qualunque altra. Rinunciate a poter esistere e compensate accumulando potere materiale. Avete scelto il ridicolo della foglia di fico, avete scelto di non fare incazzare chi è più grosso di voi. Avete optato per la conservazione dei beni di comodo. Voi siete Schettino, voi siete De Falco, voi siete pure lo scoglio!
Poi c’è il perdono, ma credo che io e voi ne siamo davvero ancora molto lontano.
Quindi questa è un'altra storia. 






mercoledì 11 gennaio 2012

il Nulla che uccide



Le giornate trascorrono trascinate da una valanga di aria fritta.
Mi sembra di nuotare contro corrente.
Creare, creare è un moto di disperazione e leggero come una farfalla lacera il tempo, spacca la decenza e divide di netto l'avvenimento dalla decorazione perbenista di tutta la brava gente che fa arte o che fa routine con la stessa nuda, inutile apparenza.

venerdì 6 gennaio 2012

La Serva ti serve, trattala bene!




Stamattina mio figlio, il piccolo, mi ha svegliata prima del solito: aveva fame e voleva la colazione. Poi ho preparato il caffè a mio marito e ho svegliato anche l’altro mio figlio, il grande. Quando le pratiche mattutine si sono esaurite o badato ai panni, che sono il lavoro domestico di cui meno digerisco la natura, non so perché, poi ho cosparso il pavimento di palline disinfettanti da aspirare e ho dato il via alla furia del mio aspirapolvere da un milione di dollari e…  ed era intasato, o cosa? Ho smontato e revisionato l’elettrodomestico fino alle 13,40. La giornata è proseguita sulla stessa falsa riga, tutta tra le palline del cazzo che non dovrò tirare su una ad una, così ho pensato che il tema di oggi sarà la necessità della Serva e la sua incapacità di regnare.
Premetto che la mia escursione è in pillole e forse lascio più narrativa che saggistica, ma ogni sogno può aprire una porta.
Tre piccole precisazioni linguistiche: per femminile intendo qualcosa che parte dalla donna, moglie, madre come natura organica e arriva all’archetipo di un femminile che abbraccia uomini e cose, nonché istanze sociali. Per Serva intendo colei che, come “femminile”, è innanzitutto più di un individuo: è necessaria, è la madre che mette al mondo, che allatta, che ama, che accudisce, che prepara il cibo, che riscalda le case, che risponde alle esigenze e dice di si, io sono qui per te, tutto ciò parte da una donna e arriva al sistema di relazione dell’intero gruppo sociale che insieme in qualche modo si accudisce a vicenda: vedi tutto ciò che ci circonda. Terza precisazione: Regina e regnare hanno significato molto meno metaforico di quanto le favole ci insegnino e non è un problema delle favole, ma del rapporto che abbiamo con la nostra infanzia e con le aspettative che questa ha da noi.
Ma forse in realtà sappiamo che quello che desideriamo si avvera, caspita, abbiamo le scale mobili, gli aeroplani e il riscaldamento domestico, che tra gli agi è il mio preferito. Mai come adesso il mondo è stato dell’uomo, eppure l’uomo è dell’uomo, quindi forse i termini di questo possesso ci dovrebbero interessare molto seriamente.
Forse , in un modo del tutto diverso, la capacità di plasmare è sempre stata nostra, ma anche il possesso dell’uomo da parte di un altro, come noi contemporanei camuffiamo questo poi è molto elegante ma pensateci!  Cioè, noi gente degli ultimi tre o quattro mila anni ambiamo e generiamo potere e controllo, e mai come oggi ne siamo stati così signori e sovrani.
Quindi abbiamo, sovranità da un verso e dall’altro offriamo la nostra servitù in cambio di quella sovranità.
Può andare. O almeno è così che va.
Il tempo lo scandiamo, il clima lo controlliamo, si perché ogni mattina il cielo si stria di griglie lattiginose di chi sa che, qualcuno lì è pure alla cloche, coltiviamo e alleviamo ovunque ciò che ci pare, qualche volta funziona pure l’aspirapolvere, non so se mi spiego, eccetera.
Non è un esperienza facile da metabolizzare, siamo creatori e siamo massa bisognosa di ciò che creiamo, quindi siamo signori ma anche schiavi delle nostre necessità e questo flusso continuo di produzione e consumo e di continua sofisticazione del tenore di vita sembra senza fine così come è l’origine.
Ma oggi non voglio soffermarmi sul ciclo della necessità e della servitù, no, ma sulla natura e sul sistema servitù che trova la sua massima incarnazione nella Serva che perdonatemi l’ardire per forza di cose, almeno storiche è la donna.
Primo punto da riordinare la donna e ciò che rappresenta; ci sono due condizioni di donna, una di donna che tra i diritti equiparati (circa) e cultura moderna è Serva Regina Traslata è l’altro che è decisamente più evidente, direi biblico, che chiamerei  Serva Regina Sotto Sequestro. E anche di queste due meraviglie ne rimandiamo l’approfondimento.
La doppia natura è quella di Serva e Regina e della sua necessaria condizione e sarò breve, perfino troppo, ma sono certa che la cosa è talmente evidente che non serve insistere.
Ciò che ci serve è necessario, quindi sovrano. Più la nostra natura umana si evolve più le nostre necessità aumentano e non tutte sono velleità. No. Noi abbiamo necessità forti per mantenerci “umani” e in buona salute: gestione del freddo, igiene, preparazione del cibo, relazioni affettive, cultura. Non ci basta un osso e una  giaciglio di fortuna, la cura della nostra umanità non finisce con l’infanzia, no, è per tutta la vita.
Inizia da chi sa allevarci trasmettendoci svariati millenni d’evoluzione cultura e prosegue con scarpe ben rifinite e voli intercontinentali, questo è ancora accadimento.
Un adulto di trent’anni, anche solo in ambito domestico, ha necessità di cure quotidiane d’alto livello: le società contemporanee forniscono questa cura sotto forma di beni e servizi che nelle società più arcaiche sono affidate alle figure femminili: dalla puttana alla rosticceria.
In realtà tutti i rapporti umani sono tessuti sulle relazioni di necessità e accudimento, solo che la società moderna ha creato circuiti complessi di produzione lì dove c’era il fai da te. Quindi la società produttiva è per buona parte madre e moglie e noi tutti andiamo a caccia per sfamarla così che lei si prenda cura di noi.
In società più conservatrici ancora molto è in mano di donne che per legami familiari svolgono lavori per il nucleo che le ingloba. Ma sorvoliamo sui chi come e cosa.
Vediamo il senso dell’essere ciò o colei che serve: per capire meglio cosa intendo per Serva Regina. Chi serve regna!
Ma, abbiamo negato la sovranità alla nostra serva e non abbiamo idea  di questo significato, quindi non vi è servitù che regni al mondo nel nostro sistema di pensiero e in nessun altro livello.  Noi stessi ci impieghiamo come servi senza voler regnare.  La Serva si offre nel lasciarsi penetrare e prendere: è la più vulnerabile delle condizioni ma la più necessaria e la più potente. Al massimo noi diamo un prezzo, ma un prezzo toglie potere e riduce a merce la sovranità. SE ciò che mi serve posso comprarmelo non sarà più necessario riconoscergli alcuna sovranità nella relazione, non vi sarà necessità di relazione. Ma queste cose le ho già scritte.
La necessità in quanto necessaria è sacra e sovrana ed è un dato di fatto, e in realtà è anche una percezione costante, spesso latente, ciò che ci serve non ha bisogno di dominare perché serve di suo.  E’ per rinnegare il sentimento di gratitudine che ci lega alla serva ne celebriamo quotidianamente l’inversione attraverso l’umiliazione, la segregazione, l’occultamento, lo sfruttamento ecc.
 A partire dalle mogli, madri, forza lavoro, beni, pianeta e sfumature intermedie applichiamo alla nostra necessità un sistema di sfruttamento e negazione identico, è il medesimo e visto che siamo in un modo o nell’altro tutti parte del ciclo anche come Serve, perché anche il maschiò più ricco in qualche modo assume la posizione, tutti siamo inculati.
Ma questa non è un’anomalia accidentale.
Immaginate un flusso che va da un’entità all’altra, ha due versi come le onde e la risacca, c’è un entità che si frappone tra l’onda e la risacca e si fotte l’acqua nello scambio. Qui qualcuno ruba!
Prima di qualunque economia sociale ve ne è una più piccola e originaria, la famiglia, e la prima forma di controllo sociale parte dal controllo della famiglia. La famiglia fa l’uomo e l’uomo fa il mondo.
Ma la famiglia come la si controlla?
Economicamente, culturalmente e perfino normativamente, si, certo, ma c’è un tasto più profondo e antico, la chiave: le norme sessuali.
La famiglia, due (almeno due) persone in grado di allevare (non necessariamente procreare,facciamocene una ragione). Il legame di base è un affetto procreativo ( in senso lato): il sesso. Connota radicalmente le dinamiche familiari i rapporti tra le due o più parti e il modo di percepire le dinamiche di necessità e scambio. Gestire la sessualità vuol dire intaccare tutto il sistema sociale. Vuol dire generare una moneta di scambio e una lunga serie di ripiegoni, rinunce, solitudini. E non vi è ricchezza più sacra della propria offerta sessuale, che non è la chiavatella ma un cosmo intero e nei secoli è stata la capacità sessuale femminile a essere estromessa dalla normalità. La sessualità e la capacità del piacere femminile sono diventati l’oro proibito. Questo ci ha reso tutti eterni pezzenti, insaziabili e ignoranti. La femmina serve ma non regna. Ma ogni serva è Regina se inizia a regnare, cosa molto diversa dal tiranneggiare, vendersi o dimenticarsi,  sono convinta che una femminilità per regnare deve iniziare a farlo e basta, ma per prendere coscienza della sovranità il primo gesto è rinnegare i rituali di sottomissione. Infrangere la liturgia di desacralizzazione di se e di corruzione del flusso spirituale tra onda e risacca Un cambiamento di coscienza per la donna come in relazione alle forze lavoro, alla vulnerabilità, al pianeta, alle risorse. Riprendere a difendere se stessi, amarsi, curarsi, coltivare la sfera di scambio, il primo scambio è sessuale, non nella scopatella, siate più ampi!


mercoledì 4 gennaio 2012

"La normalità - i picnic nel parco come lo scorrere delle ore - è una presa in giro, e il suo collasso un conforto". Da: L'estate dei morti viventi, di John Ajvide Lindqvist.